Nell’agorà digitale contemporanea, il dito che indica la luna diventa, troppo spesso, l’unico oggetto di discussione. È quanto accaduto di recente al consigliere capitolino Fabrizio Santori, diventato bersaglio di un’ondata di dileggio social che merita un’analisi ben più profonda e pacata della sterile ironia da tastiera.
Il casus belli? Un’osservazione tanto semplice quanto drammaticamente pragmatica sull’inadeguatezza delle pensiline degli autobus romani, che costringono i cittadini ad attendere i mezzi dietro la struttura stessa pur di elemosinare un po’ d’ombra durante le ore più roventi della giornata.
La reazione della rete non si è fatta attendere. Con la consueta sicumera che contraddistingue i “professori del web”, in molti si sono affrettati a ricordare al consigliere che la Terra ruota e che l’inclinazione dei raggi solari sposta naturalmente il cono d’ombra. Una nozione di astronomia elementare che, tuttavia, ha mancato clamorosamente il vero bersaglio politico e amministrativo sollevato da Santori.
Sui social network, si sa, l’utenza spesso comprende solo ciò che vuol comprendere. Queste ondate di ilarità non sono quasi mai del tutto spontanee: vengono frequentemente cavalcate e pilotate dalle opposizioni con il chiaro intento politico di banalizzare il dibattito, spostare l’attenzione dai problemi reali e screditare l’interlocutore.
Il fenomeno dell’hating digitale, in questo frangente, si è trasformato nella cortina fumogena perfetta per nascondere il vero nocciolo della questione: la qualità della progettazione urbana in una Capitale che affronta estati sempre più torride.
Il ragionamento di Santori, decodificato dalla lente del buon senso civico, non intendeva certo sovvertire le leggi della fisica spaziale, ma richiamare l’attenzione sui fondamenti dell’ingegneria urbana e della progettazione climatica. In una metropoli come Roma, dove le ondate di calore impongono un ripensamento radicale degli spazi pubblici, l’arredo urbano non può essere considerato un mero orpello standardizzato. Le pensiline attualmente in uso — e le soluzioni recentemente scelte per i rinnovi — si rivelano sottodimensionate e concettualmente obsolete per affrontare i picchi termici del nostro territorio.
Progettare un punto di attesa per il trasporto pubblico in una città mediterranea significa compiere scelte amministrative precise: calcolare preventivamente le curve di irraggiamento solare, dimensionare adeguatamente la profondità delle coperture (overhang) e selezionare materiali a bassa conduttività termica.
Quando una pensilina è così stretta e mal concepita da costringere l’utente a rifugiarsi dietro il suo stesso scheletro per non soccombere al sole, non stiamo assistendo all’ineluttabile moto terrestre, ma alla palese necessità di una visione tecnica superiore. Servono capitolati d’appalto moderni, capaci di guardare alle migliori soluzioni adottate nel mondo dove si affrontano gli stessi problemi climatici: si pensi alle pensiline bioclimatiche di Siviglia, collegate a sistemi di raffrescamento e cisterne sotterranee, o ai modelli internazionali che integrano materiali intelligenti per bloccare la radiazione termica.
Scegliere soluzioni non idonee al nostro specifico microclima è una precisa responsabilità politica. La riflessione del consigliere puntava il dito proprio su questo: l’attuale giunta, nell’implementare le infrastrutture di superficie, sembra optare per pigre soluzioni di catalogo piuttosto che per elementi architettonici capaci di dialogare con le mutate esigenze climatiche e con il reale comfort dei passeggeri in attesa.
Ridurre questa necessaria critica amministrativa a un pretesto per il dileggio social è un’operazione di distrazione di massa. Significa barattare la richiesta di una progettazione urbana intelligente e rispettosa dei cittadini con una manciata di like facili. Roma merita un dibattito pubblico all’altezza delle sue sfide infrastrutturali e un’amministrazione capace di progettare lo spazio non per un utente astratto, ma per il cittadino reale che oggi, nel cuore dell’estate capitolina, chiede solo infrastrutture adeguate al tempo e al clima in cui vive.
Resta, infine, un’amara riflessione di carattere sociale: parliamo tanto di fare corsi contro il cyberbullismo nelle scuole, ma come possiamo sperare che i giovani imparino il rispetto se gli adulti, sulle piattaforme digitali, danno ogni giorno questo esempio di superficialità e aggressività?