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Una rete di spazi di prossimità per conciliare lavoro e genitorialità, offrire servizi educativi per la prima infanzia e ridurre gli spostamenti quotidiani. Non alternativi agli asili nido, ma complementari. È questa l’idea alla base della proposta di Alessandro Alongi, Consigliere e Presidente della Commissione Politiche Sociali del XII Municipio di Roma Capitale, che punta a sperimentare a Roma un nuovo modello di welfare urbano. Un’intuizione nata anche dalla visita al Working Mom proprio nel Municipio XII, esperienza che ha stimolato in Alongi una riflessione su come avvicinare il lavoro e i servizi per l’infanzia. Ne parliamo lui, un incontro all’interno del quale abbiamo avuto modo di confrontarci sulle potenzialità del progetto e la possibilità di adattarlo alle esigenze della Capitale.

Consigliere Alongi, come nasce l’idea di “Roma Family Friendly”?

Nasce da una domanda molto concreta: quanto è difficile, oggi, per una famiglia riuscire a conciliare il lavoro, la cura dei figli e la vita quotidiana?

L’idea ha preso forma anche visitando il sito di Working Mom, un’esperienza che mi ha spinto a riflettere sulla possibilità di portare a Roma un modello capace di avvicinare il lavoro e i servizi per la prima infanzia. Mi sono chiesto: perché non immaginare anche nella nostra città spazi in cui un genitore possa lavorare vicino al proprio bambino, con la tranquillità di sapere che è accolto in un ambiente educativo adeguato?

Pensiamo a due genitori che devono accompagnare un bambino al nido, raggiungere il posto di lavoro attraversando Roma e poi riuscire a rispettare gli orari di uscita. Oppure a una madre che, dopo la nascita di un figlio, vorrebbe riprendere la propria attività professionale ma non dispone di servizi di supporto sufficientemente flessibili.

Sono situazioni che conosciamo bene e che non possono essere considerate esclusivamente problemi individuali. Riguardano l’organizzazione della città, le politiche sociali, il lavoro e le pari opportunità. L’obiettivo è partire da uno spunto concreto e ragionare su come sviluppare a Roma una proposta adatta al nostro territorio e alle esigenze delle famiglie.

In cosa consiste concretamente la proposta?

L’idea è realizzare una rete di spazi di prossimità, che abbiamo chiamato “Roma Family Friendly”. Immaginiamo luoghi nei quali un genitore possa lavorare in modalità agile, utilizzando una postazione attrezzata, mentre il proprio bambino, nella fascia d’età da zero a tre anni, viene accolto in un ambiente educativo sicuro, con personale qualificato.

A queste due funzioni si aggiungerebbe un servizio di sostegno alla genitorialità, con attività informative e formative e strumenti utili per affrontare il rientro al lavoro e l’organizzazione della vita familiare.

Il punto innovativo è proprio questo: riunire in un unico presidio servizi che normalmente vengono progettati e gestiti separatamente. Non un semplice coworking, non un nuovo asilo nido, ma uno spazio integrato che mette al centro la famiglia.

Questo significa sostituire i nidi tradizionali?

Assolutamente no. È fondamentale chiarirlo. I nidi sono e devono restare un servizio pubblico essenziale, sul quale continuare a investire per ampliare i posti disponibili e garantire qualità educativa e accessibilità.

Il nostro progetto avrebbe una funzione complementare. Vorrebbe offrire un’opportunità aggiuntiva a quei genitori che hanno esigenze lavorative particolari, a chi svolge una libera professione, a chi lavora da remoto o a chi deve affrontare una fase delicata di rientro dopo la maternità o la paternità.

La flessibilità non deve diventare un alibi per ridurre i servizi esistenti. Al contrario, deve aiutarci a costruire un sistema più articolato, capace di rispondere a esigenze differenti.

Perché questa proposta è importante anche dal punto di vista delle politiche sociali e della parità di genere?

Perché la genitorialità non può trasformarsi in una penalizzazione professionale, soprattutto per le donne. Ancora oggi, la nascita di un figlio può comportare interruzioni lavorative, rinunce economiche e difficoltà nel mantenere la propria autonomia.

Un sistema di servizi più flessibile potrebbe contribuire a rendere meno complicato il rientro al lavoro e a distribuire meglio le responsabilità familiari tra madri e padri.

Non dobbiamo dare per scontato che questi spazi producano automaticamente un aumento dell’occupazione femminile: è un risultato che dovremo misurare. Ma possiamo creare condizioni più favorevoli affinché diventare genitori non significhi dover rinunciare alle proprie aspirazioni professionali.

Sostenere la genitorialità significa anche riconoscere che la cura dei figli è una responsabilità condivisa e che le istituzioni possono contribuire a rimuovere gli ostacoli che pesano sulla vita delle famiglie.

Il progetto guarda anche alla mobilità urbana. Qual è il collegamento?

Roma è una città nella quale gli spostamenti possono assorbire una parte significativa della giornata. Se un genitore può lavorare vicino a casa, in uno spazio attrezzato e compatibile con le esigenze del proprio bambino, potrebbe evitare alcuni tragitti quotidiani verso una sede lavorativa distante.

Questo significa potenzialmente risparmiare tempo, ridurre lo stress e diminuire una parte degli spostamenti in automobile. Ma anche in questo caso dobbiamo essere rigorosi: i benefici ambientali andranno verificati, misurando quanti chilometri vengono realmente evitati e quale sia l’effetto complessivo dei nuovi spazi.

È un esempio di come una politica sociale possa produrre effetti positivi anche sulla mobilità e sulla sostenibilità urbana. La qualità della vita dipende anche dalla capacità di organizzare meglio i servizi e di restituire tempo alle persone.

Come potrebbe essere avviato un progetto del genere a Roma?

La proposta è partire con tre hub pilota in Municipi differenti. La scelta delle sedi dovrebbe basarsi sui bisogni delle famiglie, sulla presenza di bambini nella fascia zero-tre anni, sulla copertura dei servizi educativi esistenti, sull’accessibilità e sulla disponibilità di immobili pubblici idonei.

Dove possibile, potremmo valutare il recupero di spazi pubblici sottoutilizzati, evitando di immaginare necessariamente nuove costruzioni. Naturalmente, ogni immobile dovrebbe essere sottoposto alle verifiche tecniche, educative e autorizzative previste dalla normativa.

L’ipotesi è avviare una sperimentazione di 18 mesi, con una prima fase dedicata all’analisi dei bisogni e alla verifica della fattibilità, seguita dall’attivazione dei tre presidi e da una valutazione indipendente. Solo dopo aver verificato i risultati potremmo ragionare su un’estensione ad altri Municipi.

Non avrebbe senso annunciare un servizio senza prima averne verificato la sostenibilità e la reale domanda. Dobbiamo partire con serietà, coinvolgere gli attori interessati e costruire un modello che possa funzionare nel tempo.

E i costi? È un progetto sostenibile per l’amministrazione?

Le stime preliminari ipotizzano circa 200 metri quadrati e 15 postazioni di lavoro per ciascun hub, con una spesa iniziale per l’allestimento compresa tra 30.000 e 50.000 euro per struttura.

Questa cifra, però, non rappresenta il costo complessivo del servizio. Restano da quantificare gli eventuali lavori di adeguamento, il personale educativo, la gestione, le assicurazioni, le autorizzazioni e tutte le spese ricorrenti.

Per questo ritengo indispensabile un’istruttoria economica seria. Potremmo valutare risorse pubbliche, convenzioni con aziende, forme di compartecipazione proporzionate alle condizioni economiche delle famiglie e collaborazioni con soggetti qualificati, nel rispetto delle procedure previste dalla legge.

L’obiettivo deve essere costruire un servizio accessibile, con agevolazioni legate all’ISEE, evitando che una buona idea diventi un’opportunità riservata soltanto a chi può permettersela.

Il valore sociale di un progetto si misura anche dalla sua capacità di raggiungere chi ne ha maggiormente bisogno, comprese le famiglie che non dispongono di reti familiari di supporto o che attraversano momenti di difficoltà economica.

Quali garanzie servirebbero per tutelare i bambini?

La qualità educativa deve essere una condizione irrinunciabile. L’ipotesi progettuale prevede ambienti ispirati a orientamenti pedagogici come quelli montessoriano e steineriano, ma qualsiasi modello dovrà essere valutato in relazione ai bisogni dei bambini, alle evidenze disponibili e alle competenze del personale.

Sarà necessario verificare preventivamente l’inquadramento del servizio, le autorizzazioni e il rispetto della normativa nazionale e regionale sui servizi educativi per l’infanzia.

Anche la vicinanza tra genitore e bambino dovrà essere organizzata in modo appropriato: non basta condividere uno spazio per garantire un buon servizio. Occorrono ambienti sicuri, tempi rispettosi dello sviluppo infantile, professionalità qualificate e una chiara distinzione tra attività lavorativa ed educativa.

Il bambino deve essere sempre al centro delle scelte organizzative. La flessibilità richiesta dagli adulti non può mai andare a discapito della qualità dell’esperienza educativa.

Come si potrà capire se la sperimentazione avrà funzionato?

Dobbiamo stabilire gli indicatori prima ancora di avviare il progetto. Non ci limiteremo a contare le persone che utilizzeranno gli spazi.

Dovremo verificare se i genitori riusciranno a mantenere più facilmente la continuità lavorativa, se il servizio sarà accessibile anche alle famiglie con redditi più bassi, quanto verrà utilizzato, quale sarà il livello di soddisfazione e se migliorerà la percezione del carico familiare.

Sarà importante misurare anche la partecipazione dei padri, la qualità educativa, i costi sostenuti dalle famiglie e gli eventuali benefici sulla mobilità.

La valutazione dovrebbe prevedere rilevazioni all’ingresso e dopo tre, sei e dodici mesi, affidandosi anche a una verifica indipendente. Se i risultati saranno positivi, avremo elementi concreti per proporre un ampliamento. Se emergeranno criticità, dovremo correggere il modello.

È il modo migliore per evitare che il progetto rimanga una semplice dichiarazione d’intenti: fissare obiettivi verificabili, misurare i risultati e rendere conto alla cittadinanza.

Quale potrebbe essere il ruolo del Municipio XII in questo percorso?

Il Municipio è il livello istituzionale più vicino a molte delle esigenze quotidiane delle famiglie. Conosciamo le differenze tra quartieri, le difficoltà di accesso ai servizi e il valore che possono avere spazi pubblici realmente utilizzati dalla comunità.

Il Municipio XII potrebbe contribuire all’analisi dei bisogni del territorio, individuare le aree nelle quali la domanda è maggiore, verificare la disponibilità di immobili compatibili e promuovere un confronto con le famiglie, le realtà educative, il mondo del lavoro e il terzo settore.

Penso a un percorso di ascolto che coinvolga i quartieri di Monteverde, Bravetta, Pisana, Massimina e Porta Portuense, per capire dove un servizio di questo tipo potrebbe rispondere a necessità concrete.

Non sarebbe un progetto da costruire dall’alto, senza ascoltare chi dovrà utilizzarlo. Prima di tutto, dovremmo capire quali famiglie potrebbero beneficiarne e quali servizi mancano davvero nei nostri quartieri.

Qual è, in definitiva, il modello di città che immagina?

Una città che non costringa le persone a scegliere continuamente tra lavorare, prendersi cura dei figli e avere una vita personale. Una città nella quale i servizi siano progettati tenendo conto dei tempi reali delle persone e non soltanto degli orari degli uffici o delle organizzazioni.

Credo che Roma abbia bisogno di un welfare più vicino, flessibile e integrato. Un welfare capace di mettere in relazione politiche sociali, educazione, lavoro e mobilità, utilizzando meglio anche le risorse e gli spazi pubblici già disponibili.

“Roma Family Friendly” è una proposta da approfondire e sottoporre a una verifica concreta, nata anche dalla riflessione su esperienze come Working Mom e sviluppata con l’obiettivo di immaginare una risposta adatta alla complessità della nostra città.

Non promette soluzioni miracolose e non pretende di risolvere da sola problemi complessi come la denatalità o la disoccupazione femminile. Vuole però introdurre un principio nuovo nel modo di pensare le politiche urbane: sostenere le famiglie non significa intervenire soltanto quando si trovano in difficoltà. Significa costruire una città che renda più semplice, sostenibile e accessibile la vita quotidiana.

È da qui che vorrei partire: da tre esperienze pilota, dalla verifica dei risultati e dalla possibilità di trasformare un’idea in un servizio concreto per Roma. Una città amica delle famiglie non è soltanto una città che offre più servizi: è una città che organizza meglio le proprie risorse per consentire alle persone di vivere, lavorare e crescere i propri figli con maggiore serenità.

Redazione
Autore: Redazione